Coaching & Counseling

psicoterapia2il Coaching è diventato di moda, lo sappiamo. Ma cosa significa fare il coach?

Fare il coach significa letteralmente “fare l’allenatore”. E qui si capisce che si possa generare un po’ di confusione, perché i campi in cui si può allenare sono pressoché infiniti e allo stesso modo anche “come” allenare è molto soggettivo.

Se mutuiamo il termine dallo sport, vediamo che all’interno del concetto di allenatore vi sono diversi concetti quali ad esempio il preparatore fisico, il tecnico, il preparatore atletico, e l’allenatore in senso stretto.

Vi possono quindi essere “coach” per imparare a sciare, a giocare a tennis oppure per attività non prettamente sportive come ad esempio giocare a scacchi, o a golf o imparare a parlare in pubblico.

Le cose si fanno ancora più indistinte quando si parla di mental coaching, cioè di “allenare” la mente.

Se infatti per giocare a scacchi o a tennis esistono regole precise che debbano essere imparate e messe in pratica, (anche se poi l’applicazione creativa delle regole è molto, molto discrezionale e creativa) nel campo della mente, l’ampiezza e la profondità delle interconnessioni della mente e dei processi di pensiero è ben poco codificabile.

C’è però una distinzione che vale la pena tenere presente e che entro certi limiti, può esser applicata a tutti i tipi di coaching: la differenza tra coaching e counseling.

Apparentemente e per molti coach le cose si sovrappongono fino ad essere una. Vediamo e tocchiamo concretamente cosa intendiamo.

Per il mental/life coach, ma anche per il business coach o il career coach, e per qualsiasi coach che abbia come obiettivo il cambiamento del cliente, l’ interagire con un’altra persona gli è necessario per comunicare concetti che siano in grado di “mutare” il precedente modo di ragionare del cliente, per ottenere che il cliente cambi processi mentali e quindi di conseguenza approcci, che il coach, in base alla sua esperienza, considera migliori e più produttivi per il suo cliente.

Per fare questo si usano differenti tecniche che facilitino il cambiamento delle convinzioni che appaiono disfunzionali per il cliente non consentendogli di raggiungere i suoi obiettivi, quali che siano.

Concretamente si usano paradossi, sillogismi, parallelismi, tecniche maieutiche, rovesciamenti prospettici e in generale ogni cosa possa essere utile a far cambiare il punto di vista. E queste tecniche spesso funzionano.

Questo modo di fare coaching è di fatto prevalentemente counseling, più che coaching.

Per tornare all’esempio dell’allenatore, poniamo di tennis, accade che il nostro ipotetico coach potrà dire al cliente: vedi, quando impatti la palla, tieni il gomito troppo alto, non pieghi abbastanza le ginocchia e il colpo ti va in rete. Correggi la postura che prendi quando impatti la pallina!.

Questo è un modo di fare coaching con il counseling.

Cosa si intende dire?

Che nel coaching così concepito si passano “nuovi” concetti che il cliente deve introiettare fino ad ottenere il risultato voluto. Ma questo approccio spesso non produce risultati brillanti, nonostante tutto ciò che il coach insegna sia assolutamente corretto.

Accade allora che il coach faccia quello che fa l’allenatore di tennis quando va dall’altra parte del campo per far vedere nel dettaglio come il movimento deve essere fatto per dare il risultato voluto: il maestro di tennis prende fisicamente in mano il braccio del cliente e lo accompagna nel movimento per fargli “sentire” come deve esser fatto. Il corrispondente di questo nel mental coaching è quello di far vedere “come” il coachee sta ragionando e come invece dovrebbe ragionare.

Qui siamo a cavallo tra il counseling ed il coaching e rappresenta un passo ulteriore verso il vero coaching Perchè?

Perchè fino a quando diciamo al cliente/coachee, “come” deve essere fatta una cosa siamo nel campo del counseling, perchè di fatto NON conosciamo quali sono le resistenze subconscie che il cliente sta ponendo in atto per non accettare ed introiettare i  consigli del coach e quindi non siamo davvero in grado di incidere. Certo, potremmo anche ottenere risultati eclatanti con il solo counseling ma questo avverrà se e solo se, nel cliente (e per fortuna del coach), non vi sono resistenze ai consigli del coach. Cioè il coach trova terreno fertile.

Ma allora quando si parla di vero coaching?

Il vero coaching deve essere in grado di “cambiare” la persona (che sia almeno disposta a ricevere coaching) a prescindere dalle resistenze poste in essere dal coachee. Ovviamente non si può cambiare una persona che non voglia farlo, ma occorre sapere come far ottenere dei risultati al coachee che voglia cambiare.

COACHING EFFICACE

Come illustrato sopra vi sono attività di counseling che possono da sole essere in grado di far ottenere dei cambiamenti nel coachee, ma tali risultati sono per cosi dire imprevedibili dallo stesso coach, perché possono modificare lo schema di valori, opinioni e convinzioni nel coachee in modo assolutamente non predittivo ed anche confuso, perché la comunicazione, formalmente corretta del coach, entra negli schemi cognitivi del cliente senza poter prevedere se tale comunicazione avrà effetti e sopratutto di quale tipo ed intensità. Per fare un esempio, un coach può indurre nel coachee l’idea che “tutto è possibile a chi crede sia possibile” e il coachee, caricato di questa nuova “convinzione” può prendere decisioni incaute in grado di rovinarlo o rovinare la sua famiglia.

Questo è peraltro il rischio di qualsiasi forma di comunicazione che sia veicolata attraverso i media, oppure a livello di rapporto interpersonale diretto.

Fare coaching efficace e ragionevolmente predittivo invece significa sapere come risolvere un certo aspetto “specifico” dei procedimenti mentali del cliente operando, più che con l’immissione di dati e concetti “nuovi”, con la rimozione di quei procedimenti mentali che causano problematicità nel cliente, e limitarsi solo a questo.

Operare per asportazione e riduzione di aree problematiche e processi invalidanti, ci da’ sufficiente previsione ed affidabilità circa gli effetti migliorativi e rasserenanti sulla mente del cliente, senza avventurarsi ad inoculare suggestioni di natura sostanzialmente ipnotica, che possano sovrapporsi ad altri gruppi concettuali/emozionali creando effetti non prevedibili.

(Sergio Davanzo – EDA Personal Coaching)

 

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